Il fungo
 

Il Fungo era lì.

A poco più di tre o quattro passi, tranquillamente appoggiato sul suo letto di foglie, all'ombra di un vecchio castagno scuro.
Sembrava che mi aspettasse da giorni, stava proprio in mezzo al passo, ben visibile, ormai di una buona misura. Inevitabile.
Eppure nessuno l'aveva ancora raccolto. Era li, solitario, indifeso, invitante.
Per tutti questi motivi mi sono detto: "Giorgio, questo Fungo è tuo e solo tuo. Non importa quello che ne farai, non importa nemmeno sapere se lo raccoglierai o no. Lo potresti perfino lasciare li a marcire, perché una cosa è certa, nessun altro lo raccoglierà."
A volte ci sono delle persone o degli oggetti che ci sono destinati. Alcuni parlano di provvidenza, di destino o di fatalità, altri ancora ci vedono un intervento divino, l'inesorabile sorte.
Bene. Può darsi. Possiamo anche attribuire un nome a questo fatto, ma la cosa importante era che quel Fungo era li, davanti a me ed era mio.
Mi sono avvicinato lentamente come per ritardare al massimo l'inevitabile. Mi volevo proprio godere l'istante fino in fondo.
Ormai ero a poco meno di un metro dal Fungo, piegato in avanti, pronto a raccoglierlo. Sentivo anticipatamente il fruscio delle foglie quando la mia mano avrebbe strappato dal suolo il frutto di bosco.
 
Ricordo ancora quel giorno. Era una bella mattinata di Settembre. Mi ero alzato presto per arrivare prima degli altri nei posti di raccolta. Ormai tutti conoscevamo i posti, intendo dire quelli migliori, dove eri sicuro di trovare dei funghi. Anche in quelle annate meno favorevoli, queste zone facevano funghi.
Visto che la conoscenza era un bene comune, l'importanza stava nella velocità.
 
Sapete una cosa ? Non ho mai raccolto quel Fungo.
 
Quello che è successo quel giorno mi perseguita ancora oggi. All'inizio questa storia ha fatto ridere nei bar del paese. Non è durato a lungo. Dai risi, siamo passati ai sorrisi e poi sono scomparsi pure quelli.
Oggi, la mia storia non fa più ridere nessuno. Francamente, evitiamo tutti quanti di parlarne.
Il luogo poi, dove tutto è successo, non è più nominato da nessuno e sono in pochi quelli del paese che trovano il coraggio di passarci.
Io, ci ho rinunciato. So benissimo quello quello che ci troverei.
 
Mi chiamo Giorgio. Giorgio Cervarese.
Ovviamente sono nato alla Cervara.
I miei genitori, non contenti di portare questo cognome, mi hanno pure scelto il nome del santo protettore del paese.
Di lavoro, faccio ... quello che trovo. Tale volte muratore, altre contadino. Boscaiolo per necessità.
Quando viene la stagione, mi piace andare per funghi in lunghe passeggiate nei nostri boschi. E poi a quelli della città piacciono i funghi e li pagano anche bene.
Non faccio niente d'originale o straordinario. In paese siamo tutti così.
Ma torniamo a quel giorno maledetto.
Come dicevo, mi preparavo a raccogliere il Fungo. Mi trovavo a non più di venti passi della "Roccia di Ricoccia", guardando il monte, sulla sua sinistra.
Quando mi attraversò la strada: un fulmine o meglio ancora una striscia di fuoco. Se era un oggetto, non sono riuscito a riconoscerlo.
Avevo le dita quasi sul Fungo.
Ho indovinato più che visto la forma passare sopra la mia testa per poi andarsi a scontrare a gran velocità contro la roccia.
Vorrei potere affermare che l'impatto fu violento però, stranamente, fu uno schianto senza gran rumore e nessuna scheggia. Solo tanto fumo.
Passato il primo istante di stupore, la curiosità mi spinse e mi avvicinai.
Appena dieci passi mi separavano della roccia. Il fumo si stava dissipando lentamente.
Mancavano soltanto quattro o cinque passi quando tutto il mio corpo mi urlò di fermarmi !
Sentivo una presenza dietro alla roccia !
Paralizzato dalla paura, non riuscivo a muovere le gambe.
Senti un rumore. Come dei passi.
"Si" stava spostando!
Un passo, due, forse tre ! Fermo di nuovo. Altri frusci di foglie.
Poi un oggetto di metallo contro la roccia, a colpi ripetuti !
Sembrava quasi che stava scolpendo la pietra !
Nonostante la paura questo pensiero mi strappò un sorriso.
Ricordo che cercai di calmarmi. Ormai erano passati ... chi sa poi quanto tempo ! Non ne avevo la minima idea.
Non avevo l'orologio. Potevo sempre fidarmi della posizione del sole ma la sola idea di staccare anche per un istante gli occhi dalla roccia mi terrorizzava.
Dovevo reagire, trovare qualcosa, anche d'insignificante, alla quale aggrapparmi per uscire dal buio!
I colpi ! Mi dovevo concentrare sui "suoi" colpi sulla roccia.
Ho cercato di contarli e poi di trovarci un ritmo, un significato! Ma venivano assennati senza nessun'apparente logica.
Mi sembrava chiaro che "chi" o "cosa" stava dietro alla roccia non cercava di comunicare direttamente con me.
Niente di simile al linguaggio morse. Stava lavorando sulla roccia, voleva lasciare qualche segno, qualche traccia del suo passaggio. Questo pensiero mi colpi come un'evidenza!
Perso nelle mie riflessioni, quasi non mi accorgevo che, più a valle, stava passando un uomo del paese! Era Giuseppe Paganelli. Lo conoscevo bene, eccome eravamo cresciuti insieme !
SI trovava sotto di me. Mezzo voltato, si stava allontanando verso la destra. Non mi vedeva, sicuramente concentrato alla ricerca di funghi! Lo volevo chiamare! Lo dovevo chiamare!.... "Giuseppe!!!"
Apri la bocca ma non né uscì nessun suono.
L'uomo spari lentamente dal mio campo visivo, inesorabilmente, scortato dal mio silenzio. Ormai irraggiungibile.
A dire la verità ero convinto che anche se si fosse voltato non mi avrebbe visto. Non sapevo perché però ne avevo la certezza.
Anche "La presenza" dietro alla roccia si era accorto di Giuseppe. Solamente dopo avere visto sparire Giuseppe, mi sono accorto che aveva interrotto i colpi per non attirare la sua attenzione.
Aveva aspettato il suo passaggio e una volta lontano Giuseppe, aveva ripreso il suo lavoro.
Stavo sempre fermo. Provavo una nuova e strana sensazione. Il mio corpo non mi apparteneva più. La mia mente lavorava a gran velocità ma senza risultato, senza riuscire a dare un ordine qualsiasi ad una parte del corpo. Il mio cervello urlava di scappare, di gridare, di raccogliere una pietra o un bastone per difendermi.
Ma da che "cosa" !? o da"chi" ! ? "Cosa" c'è o "chi" c'è dietro la roccia?
Qualcuno mi stava facendo uno scherzo? Si, forse era proprio cosi ! Qualcuno si voleva prendere gioco di me. Anche Giuseppe doveva essere della partita e adesso se la rideva, addossato ad un castagno.
Ho cercato di aggrapparmi a quest'idea ma sapevo di scivolare giù.
Mi avvicinai ancora, fino a toccare la roccia. Non volevo ma sapevo quello che dovevo fare: dovevo fare il giro di questa dannata roccia e scoprire "chi" o che "cosa" ci stava dietro.
Mi sono addossato alla pietra. Sentivo il mio cuore esplodere nel mio petto. Fitte gocce di sudore scivolavano dalla mia fronte. Avevo le mani fredde, tremavo in tutto il mio essere.
Appena il mio corpo entrò in contatto con la roccia, i colpi si fermarono.
Ci fu un attimo di, come spiegarlo, di nulla.
Come se si fosse fermato il tempo, i rumori del bosco, la vita.
Stavo immobile. Non osavo voltare la testa da una parte o l'altra, sicuro di ritrovarmi a faccia a faccia con qualche creatura. Ne sentivo quasi il soffio sul mio collo.
Guardavo fissamente davanti a me, incapace di prendere una decisione.
Solo dopo un eternità, ripresero i colpi..
Sapevo che era il mio momento. Con uno sforzo incredibile, mossi la gamba sinistra e mi spostai lungo la roccia.
Iniziai a girarci intorno, lentamente, avendo cura di fare il minor rumore possibile.
Ormai non più di due passi mi separavano da "lui".
La mia gamba sinistra si spostava sempre a contatto con la roccia, strisciando lungo la parete fino a trovare l'appoggio. Mi mancava un passo quando il mio piede destro schiacciò un ramo secco. Lo spaccare del legno fu assordante e zittì tutta la foresta.
Con un balzo mi buttai dall'altra parte della Roccia, sapendo già che era troppo tardi.
Era fuggito con una rapidità incredibile! Sentii solo un gran fruscio nei cespugli sottostanti.
Mi ritrovai in ginocchia, davanti alla Roccia, piangendo di rabbia.
Ci misi qualche minuti a riprendermi.
I colpi! Si, i suoi colpi!
Girai la testa verso la base del gran sasso. Rimasi tutto il giorno a cercare di capire quello che c'era scritto.
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Il mio primo errore fu di raccontare tutto alla prima persona che incontrai in paese.
I miei passi mi portarono dritti nel bar di Giovanni. Ordinai un bicchiere di vino rosso e iniziai a raccontare la mia storia a lui e ai suoi pochi clienti , troppo contenti di potere ascoltare qualcosa che le tirasse fuori della solita noia.
Stavano tutti appesi alle mie labbra, aspettando con ansia la fine del mio racconto.
Conclusi e finii tutto d'un fiato il mio bicchiere di vino.
Giovanni rise per primo, immediatamente seguito dai suoi clienti finora rimasti in silenzio non tanto per rispetto ma per incomprensione.
Il riso di Giovanni era il segnale che aspettavano. La luce che gli doveva indicare la strada da seguire. Il vino gli aveva, finora, costretti a stare fermi e a non reagire.
Da quel momento, la mia storia si era rapidamente fatta strada attraverso il paese. E come in tutti i paesi, vene trasformata, arricchita, esagerata.
Il giorno dopo, il mio racconto era su tutte le bocche e non potevo che notare gli sguardi nei miei confronti.
Alcuni m'interrogarono, curiosi. Altri, quasi seri, mi facevano complice delle loro folli teorie.
La settimana che segui il mio "incontro" fu vissuta, nel paese, in un clima di dolce follia. Non c'era una persona che non aveva la sua idea su com'erano andate le cose o sul mio stato di sanità mentale.
Avevo però notato una cosa. Se tutti ne parlavano ed io non ero l'ultimo, nessuno si era preso la pena di andare a verificare. Nessuno nel suo racconto o nella sua teoria, iniziava dicendo "Io, lassù, ci sono stato e..."
A questo punto, le possibilità erano due:
- era certo e ammesso da tutto il paese e quindi non soggetto a verifiche che lassù, qualcosa o qualcuno di "estraneo" aveva lasciato un segno.
- il villaggio aveva paura.
Alla fine della settimana, arrivò in paese Gustavo Carmelli, giornalista, anche se il termine mi era sempre sembrato esagerato, del gazzettino locale: "La Voce di Pontremoli".
Nessuno nel paese fu tanto sorpreso della sua visita.
Suo nonno era del posto e lui ci tornava spesso e volentieri. Questa era, per lui, un occasione da non perdere.
Rimasse un po' scioccato nel costatare che la mia storia era giunta fino in città.
Devo ammettere che provai anche un po' di vergogna di fronte a questa strana e improvvisa celebrità.
Gustavo si presentò a casa mia poco dopo le tre.
Dovetti rivivere quella giornata nei minimi dettagli accompagnando le mie parole di una bottiglia di vino.
Gustavo, forse per la prima volta nella sua carriera, fece il suo lavoro di giornalista e annotò tutto il mio racconto in un quaderno, non mancando di farmi mille domande.
Quando mi lasciò, mi sentii veramente solo a dover affrontare un problema troppo grosso per me.
Pensai che il modo migliore era di dimenticare tutto ma mi resi conto che era impossibile
Di notte mi svegliavo, sudando, sentendo il rumore dei colpi sulla roccia.
Il vino fu il mio solo aiuto per la settimana che seguì.
Nel frattempo, Gustavo aveva lavorato bene. Anzi troppo.
La settimana dopo, mi ricordo un martedì, arrivò in paese un giornalista di Milano. Un certo Federico Rosselli. Girò tutto il giorno alla mia ricerca e lo trovai seduto davanti a casa mia alla fine della giornata di lavoro.
Non aveva bisogno di spiegarmi il motivo della sua visita. Lo sapevamo entrambi. Mi tese il suo biglietto da visita che ho tenuto in mano durante tutta la nostra conversazione, facendolo girare tra le ditta.
Una volta seduti a tavola davanti ad un bel bicchiere di vino, il giornalista aprì il suo porta documenti e ne tirò fuori una quantità di fotografie e di ritagli di giornali.
Quasi preso da frenesia, mi agitava sotto gli occhi vari documenti, urlando "e questi non sono prove ?!?!?" Mi parlava di viaggi nello spazio, di creature strane che arrivavano da lontano, amiche e a volte, anche nemiche. Di oggetti volanti, di dischi volanti se ho capito bene, d'esseri verdi, altri grigi o con più teste...
Mi sentivo perduto e lo guardavo a bocca aperta.
Per cercare di interrompere il flusso di parole, alzai il mio bicchiere come per un brindisi. Questo gesto ebbe l'effetto immediato di tirare fuori il nostro giornalista dalla sua crisi vocale !
Gli versai un nuovo bicchiere. Ormai calmato, gli chiesi il perché della sua visita.
Affermò che aveva conosciuto Gustavo Caramelli a Milano durante un convegno disinteressante e noioso. Erano seduti vicini e dopo un paio d'ore ad ascoltare l'oratore, decisero di finire il convegno nel bar accanto. Lì, Federico espose le sue teorie sui viaggi nello spazio a Gustavo ne rimasse sconvolto e affascinato.
I due compagni promisero di tenersi in contatto per condividere ogni notizia in merito.
Da quel giorno, Federico e Gustavo seguivano una corrispondenza regolare e amichevole.
Gustavo non perse l'occasione. La mia storia aveva dell'incredibile, pane per i denti del collega di Milano. Federico sospettava che dietro tutto questo c'era anche la voglia di provare a Federico che la storia non si scrive solo nelle grandi metropoli.
Ho ripetuto per l'ennesima volta la mia storia. Notai, però, subito qualcosa di diverso. Il mio pubblico non mi guardava come un fenomeno da circo, non era appeso alla mia bocca solo nello scopo di una grassa risata. No, questa volta, qualcosa era cambiato. Questa volta, il mio pubblico mi credeva.
Federico ascoltava. Prendeva appunti. M'interrompeva. Mi faceva ricominciare tutto da capo. Voleva risentire questo passaggio o un dettaglio.
Per la prima ed unica volta, ho potuto raccontare la storia vera e tutte le emozioni che ho provato quel giorno, liberamente, sinceramente.
Alla fine del mio racconto, Federico , mi chiese di accompagnarlo sul posto.
Non provò nemmeno ad insistere. La paura si leggeva troppo chiaramente sul mio volto.
Gli spiegai come raggiungere il luogo e mi disse che avrebbe fatto qualche fotografia.
Se veniva fuori qualche storia interessante mi promise di fare il mio nome nel suo servizio.
Aveva detto che sarebbe tornato la mattina successiva, dopo avere trascorso la notte a Pontremoli dal suo amico Gustavo.
Ero sicuro che una volta in cita, lui e Gustavo avrebbero fatto onore a qualche buona tavola e dimenticato per sempre la mia storia dopo qualche bottiglie di vino.
Il mio stupore fu reale nel vedere tornare Federico la mattina dopo.
Aveva perso l'eccitazione della vigilia. Il suo volto era serio e quasi sofferente.
Arrivato sulla mia porta, rifiutò di entrare. E cosa ancora più strana, rifiutò un bicchiere di vino.
Era vestito con un completo sportivo, scarpe da marcia, un capello e portava intorno al collo, una macchina fotografica.
Gli chiese se stava bene. Mi sembrava molto teso.
Non voleva perdere altro tempo. Aveva passato tutta la notte a scrivere una bozza di servizio per il suo giornale. Voleva andare sul posto per prendere qualche fotografie e respirare l'odore del mistero. Poi, sarebbe tornato giù a Pontremoli per finire l'articolo.
Gli diedi le ultime indicazioni per trovare il posto e ci salutammo.
Quel giorno, rimasi con il naso alla finestra ad aspettare il ritorno del giornalista.
Sapevo che poteva prendere altre strade per tornare a Pontremoli, ma speravo in un suo ultimo saluto e forse la condivisione del mio mistero.
Il giorno dopo, chiese a diverse persone notizie di Federico. Molte, per non dire quasi tutte l'avevano visto andare su per la montagna. Ma nessuno l'aveva visto tornare indietro. Si pensava che se n'era tornato a Milano senza farsi notare per paura di essere preso in giro.
Insistetti con più di uno. Soprattutto con Giovanni il barista. Ma come? Arriva una persona estranea al paese che dichiara andare sul "luogo maledetto", uno che potrebbe rispondere a tutte le domande del villaggio, e nessuno aspetta il suo ritorno. Nessuno cerca di interrogarlo ?
Non riuscivo proprio a capire la reazione dei miei concittadini o forse ero io che accordavo troppo importanza ad una storia improbabile?
E' trascorsa una settimana. Seduto al mio tavolo, mi servo un altro bicchiere di vino. Ho appena toccato la cena.
Continuo a fare girare fra le mie ditta il biglietto da visita del giornalista.
Domani lo chiamerò. Lui mi potrà spiegare tutto e allora la mia vita tornerà come prima.
I colpi hanno ripreso già da più di mezz'ora. Sono ormai cinque notti che non mi lasciano dormire.
Esco di rado di casa e dopo il calare del sole chiudo bene porta e finestre.
Si, domani lo chiamerò.

by Stephane

 

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