

L'Uomo Nero del cimitero
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Il cimitero s'accende di notte e le lapide bianche, come povere lampadine, illuminano a malapena i nostri passi. Le ombre giganteggiano. Ho paura. Rimango in mezzo al gruppo per non avere le spalle scoperte. Sembra un pessimo film dell’orrore. Mi
viene in mente che le prime vittime sono SEMPRE quelli che stanno in coda al
gruppo. Non voglio commettere lo stesso errore. Mi dispiace molto per gli amici però....Secondo me, stiamo tutti pensando la stessa cosa! Nessuno
vuole rimanere ultimo !! Tutto era iniziato con qualche stupida fanfaronata di S. "ragazzi,
scommetto che non avrete il coraggio di seguirmi nel cimitero ?!?" Come
si faceva, davanti alle ragazze, a dire di no senza perdere la faccia ? Era poco più di mezzanotte, la Luna era piena e scherzava con un paio di nuvolette grigie. Eravamo riuniti, come tutte le sere d'estate, alla "Piana". Grandi e più' piccoli, persi tra due chiacchiere, ad aspettare il richiamo del letto. Era il nostro luogo di ritrovo, appena fuori dal paese, gia in mezzo ai boschi, comunque lontano dal mondo degli adulti. Tirando sulle sigarette si accendevano piccole stelle rosse che rispondevano a quelle del cielo. Noi tutti, persi in un unico spazio, ormai senza tempo. La pace non durava a lungo. Invariabilmente, dopo un certo orario, la foresta intorno a noi, il buio e la Luna piena ci spingevano in un mondo fatto di lupi mannari, vampiri, morti viventi e altri mostri .... All'inizio, era solo un accenno, un ricordo di qualche film visto o di storia raccontata. Si
testava la paura a piccole dose come per non spaventarla, per non farcela
scappare. Era
come andare a pesca; la prima boccata non conta niente. Bisogna sapere essere
pazienti per afferrare definitivamente la preda. Il cimitero distava non più di duecento metri. Erano però duecento metri di boschi, bui; duecento metri di ombre, di rumori, di movimenti, di alberi viventi, troppo viventi! Il gruppo s’incammino con difficoltà come soggetto a due forze contrarie che lo trascinavano, all'indietro verso la sicurezza ma inevitabilmente in avanti verso l'ignoto e la paura. Ricordo ancora che l'ultima curva fu la più difficile. Si trovava proprio in mezzo ai due cimiteri, quello vecchio e quello nuovo. Siamo rimasti quasi sospesi in mezzo, come a dovere scegliere inconsciamente il nostro Nero destino. I due cimiteri si fronteggiavano nella notte. Quello vecchio andava ormai in rovina. Lo sapevamo invaso da erbacce, mezzo distrutto e senza interesse per la nostra ricerca di paura. Gli
voltammo le spalle senza pensarci più. Arrivammo
finalmente davanti al cancello del cimitero. Il nostro sangue si ghiacciò. Un
silenzio terribile si abbattè sul gruppo. Decine e decine di candele accese che ci fissavano gelidi nella
notte. Nessuno trovava il coraggio di spingere il cancello. Questo solo gesto, quello di stendere il braccio sembrava impossibile. Era come staccare un arto al gruppo con il rischio di perderlo per sempre. Eravamo tutti convinti che qualche mostro aspettava, nascosto nell'ombra, la bocca grande aperta, la nostra sciocca presunzione, una nostra mano sacrificata alla paura. Il cancello si aprì senza che nessuno di noi lo avessi toccato. Alcuni tenevano gli occhi chiusi, tutti spingevamo verso il centro del gruppo come a cercare la massima protezione e non rimanere fuori. In
mezzo al cimitero, si alzava, terribile, una croce di legno scuro, gigante
solitaria che ci aspettava a braccia aperta. Per
evitarla, giravamo subito a destra, passando la prima linea di tombe, prendendo
cura di non appoggiare i piedi troppo a lungo al suolo. Sapevamo che stare fermi
significava scatenare la colera dei morti e nessuno di noi voleva vedere sorgere
una mano da sotto terra. In quel momento mi tornavano in mente i racconti di
quelle persone sepolte vive, che con le ultime forze cercavano disperatamente un
camino verso l’aria. Quella
sera mi aspettavo di vederne una riuscirci.
Il nostro obiettivo era chiaro, entrare nella cappella, rimanerci un momento resistendo alla voglia di scappare. Stare fermi, senza respirare a guardare le
bare, sperando che nessuna si aprisse ma, segretamente, non aspettando altro. Siamo
rimasti immobili poco più di cinque minuti. Fuori, la forte pressione dei rumori notturni ci attraeva come una calamita. Ci sentivamo in trappola. Avevamo sbagliato a entrare, a entrare tutti senza
che nessuno fosse rimasto fuori di guardia. Lo avevamo capito troppo tardi. I nostri sguardi si girarono di scatto verso l’uscita.
Lui era li.
Ci guardava e abbiamo capito che era venuto per uno di noi. La creatura di fronte a noi era troppo alta per essere umana. Assomigliava a un uomo, vestito di nero, ma con due braccia straordinariamente lunghe. Il suo volto rimase nascosto e penso ancora oggi che fu meglio così. Eravamo
paralizzati dal terrore. Incapaci di muoverci o di parlare. Oggi ricordo a malapena quello che e’ successo dopo. Non ne abbiamo mai parlato tra di noi. L’Uomo
Nero fecce un passo indietro come per invitarci a uscire. Fu il segnale per la
nostra folle corsa verso la salvezza. Uscii
nei primi quattro e controllando con la coda dell’occhio, rimasi stupefatto
vedendo che l’Uomo Nero non faceva il minimo gesto per fermarci. Solo quando gli passo davanti S., l’Uomo Nero allungo il braccio sinistro e
gli toccò la testa. Era un gesto insignificante, quasi S. non se ne fosse accorto. Siamo
fuggiti di corsa chi a casa propria, chi a casa di amici, ma tutti con la stessa
voglia di luce e di protezione.
Sei mesi dopo, S. morì in un incidente d’auto. Il referto della polizia diceva che aveva perso il controllo del veicolo in una curva, proprio vicino a un cimitero. Questa era la versione ufficiale ma tutti noi sapevamo che quel giorno li, seduto in macchina accanto a S. si trovava l’Uomo Nero. by Stephane |
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